
Geki come "drama", e - foneticamente - "intensità, forza, violenza". Ga come "immagine".
L'unione di queste parole dà il termine gekiga, ossia "disegno a carattere drammatico".
C'è differenza tra gekiga e manga? Sì, ce n'è eccome. Ce n'è tanta che la parola "gekiga" è nata proprio in contrapposizione a "manga". E' nata per la necessità di trovare un'alternativa a quel grande calderone che era diventato il termine "manga", per la necessità di differenziare un tipo di produzione che, evidentemente, trovava quella definizione troppo stretta.
Siamo tra gli anni '50 e '60, quando Yoshiro Tatsumi (membro di un gruppo di affini disegnatori del kansai) conia questa nuova parola, riferendola ad un genere che presentava una maggiore attenzione all'aspetto psicologico dei racconti, un più accentuato realismo grafico e la riduzione (o addirittura l'abolizione) dell'elemento comico e umoristico. Un tipo di produzione, quindi, che non si rivolgeva più ad un pubblico giovane, bensì a uno più adulto e maturo.
La prima rivista specificamente dedicata al gekiga fu Kage, che uscì nel 1956 ad Osaka e che raccoglieva le opere degli autori del kansai. Si rivelò subito un genere molto dinamico, capace di lasciarsi influenzare da quanto di meglio c'era, fosse esso l'esperienza di un genio come Tezuka o quella del teatro kamishibai.
Tra i primi importanti rappresentanti di questo genere ci fu Masaaki Sato, autore di Kuroi Kizuato no Otono (L'uomo dalla cicatrice nera). Nella sua opera è presente uno dei tanti ribaltamenti di ruoli che sono caratteristici del gekiga, in particolare quello che riguarda l'eroe: il protagonista non è - come il pubblico era abituato a vedere - un personaggio retto e indefesso, bensì un malvivente. Un delinquente che, tuttavia, riesce ad accattivarsi le simpatie dei lettori.
Ma se volessimo indicare uno degli autori di gekiga più rappresentativi, dobbiamo tornare a Shirato, in particolar modo coi lavori Ninja Bugeicho e Ninja Kamui.
Anche i lavori di Shirato definiscono con maggiore chiarezza il "tipo" dell'eroe nel gekiga: le tinte chiaroscurali del suo carattere si fanno sempre più forti, parimenti allo stile grafico (pochissimi retini, tantissimi contrasti). Il protagonista è l'eore maledetto, l'antieroe, solitario e complicato, che rompe con gli schemi di buonismo tradizionali, con gli "happy ending" scontati.
Tanto per fare un esempio, in Gorugo Satiin (Golgo 13) di Takao Saito, il protagonista è un killer di professione che usa come nome in codice "Golgo 13": Golgo come Golgota il monte su cui è stato crocifisso Cristo, e 13, numero nefasto, portatore di malasorte. Golgo 13 è un nichilista, rompitore di tabù, senza regole, che non combatte la cattiveria che ha dentro, perchè la riconosce come parte della sua natura e quindi l'accetta.
Con l'andare del tempo, l'influenza del gekiga cominciò a farsi sentire anche in altri generi. Già inizialmente si può vedere come, in certi suoi lavori, lo stesso Tezuka abbia mostrato di aver metabolizzato la lezione che questo nuovo genere si proponeva di dare: meno intrattenimento, più riflessione. Ne sono un esempio titoli come Hi no Tori (la Fenice) e Adolf. Ma il peso del gekiga si fa sentire anche in altri autori, come ad esempio Kaiji Kawaguchi, col suo Chinmoku no Kantai (La flotta silenziosa).
Il gekiga finì per avere anche dei legami con la politica, perlomeno a livello ideologico: i due maggiori lavori di gekiga di Shirato, per esempio, ossia Ninja Bugeicho e Kamui den, erano stillati da un'ottica fortemente materialista e marxista, e le due opere finirono per essere quindi apprezzate e amate da quella fetta di giovani giapponesi di estrema sinistra.
C'era quindi un legame tra gekiga e movimenti rivoluzionari, suggellato da una medesima visione intellettuali. Un po' come, in Europa, lo stesso avveniva attraverso il cinema o la letteratura.
Era chiaro che questa rivoluzione non sarebbe stata scevra di conseguenze.
Avete presente il MOIGE? Ebbene, il suo equivalente giapponese degli anni '70 fu il più acerrimo nemico del gekiga.
Si chiamava PTA (Parent teacher association), e considerava questo genere come perverso, fuorviante, capace di mettere in testa ai ragazzi chissà quali idee pericolose e indecenti. I contenuti violenti delle storie erano messi sotto accusa, per non parlare di quelli sessuali. Inoltre, la presentazione di eroi che non rispondevano ai canoni di "pulizia" e onorabilità standard fu aspramente criticata, non solo dai temibili benpensanti, ma anche da - udite udite! - sistema giuridico giapponese.
Morale della favola? Tra '67 e '73 ci fu guerra. Questa associazione, legatasi alla PLD, mise in atto una serie di manifestazioni contro certe riviste colpevoli di dare spazio a questo genere sporco e degenerante. Garo in primis.
Fondata nel 1964, la rivista accolse tra le sue pagine i più grandi nomi di gekiga: Shirato, ma anche Tsuge Yoshiharu, Mizuki Shigeru. Il suo creatore, Nagai Katsuichi, aveva voluto crearla per puntare al 100% sulla qualità delle opere, lasciando assoultamente svincolati gli autori da ogni ottica commerciale. E, grazie a questa politica, Garo ha avuto uno spazio notevole e un notevole merito nella storia dell'evoluzione del manga. Il fumetto era visto come "disciplina artistica" (gli autori di gekiga definivano i loro volumetti "graphic novels" e non "comic books"). Il prezzo da pagare, chiaramente, era una limitata circolazione di copie. Si parla di 30.000 copie per Garo contro i vari milioni di riviste come Shonen Jump e simili. Il che, a lunga distanza, costò alla rivista l'impossibilità di andare avanti.
Con l'andare del tempo, il genere gekiga ha perso molta della sua influenza (sebbene esista ancora, visto che le associazioni come la PTA continuano la loro crociata), e i lavori che rientrano in questo genere passano piuttosto in sordina.
Purtroppo pare che abbia vinto la schiera commerciale.
Ma la speranza è l'ultima a morire.






