

Ma se qualcuno fosse curioso, oltre che a conoscere i lavori di Shirato, a dare uno sguardo più generale sul jidaimono (ossia sul genere narrante storie di samurai e simili)? Mi sono ripetuta a lungo questa cosa, e così ho deciso di aprire una sezioni apposita, in cui inserire interventi non relativi tanto a Shirato, ma ad altri titoli che potrebbero appassionare chi ha trovato avvincenti le storie di Kamui, Sasuke e degli altri personaggi trattati. Ho pensato di dedicare l’esordio di questa sezione ad uno dei titoli che maggiormente mi hanno interessato (ovviamente stiamo parlando di un’opera che arriverà in Italia solo se ci mette mano Dio, visti i contenuti...), ossia Dororo, firmato dal grande Osamu Tezuka.
Questa storia, risalente al 1967, fu pubblicata prima su Shoonen Sunday e poi su Bookenoo, e divenne anime grazie a una produzione della Mushi. Per quanto la qualità sia del manga che della serie animata sia molto buona, nello stesso Giappone c’è una certa reticenza nel riproporla. Il problema di una serie come questa viene lucidamente esposto da Yoshiaki Kawajiri (che lavorò come intercalatore all’anime) durante un’intervista:
La mia prima serie è stata Dororo. A dire il vero vorrei rifarlo anche adesso, ma è un titolo piuttosto problematico... il protagonista, Hyakkimaru, finisce a pezzi, giusto? Per questo, nella serie, vengono usati vocaboli come bikko (zoppo) e altri ancora che oggi vengono considerati politicamente scorretti. Infatti la serie non è mai stata replicata, nè è mai uscita in video, nonostante abbia ancora oggi un grande seguito. **
Il manga è ben strutturato e narrato in modo studiato, con salti tra presente e passato, e utilizzando bene lo spazio creando episodi non lunghissimi ma comunque ben articolati. L’aspetto grafico rivela un uso, da parte di Tezuka, del suo stile più classico, con tratti spessi e forme rotonde e massicce. Parallelamente ai lavori di Shirato, però, anche per Dororo dobbiamo fare un discorso contenutistico che riguarda il punto di vista usato dall’autore per guardare alla realtà che racconta. E, anche se il sapore di quest’opera non è esplicitamente schierato e politicizzato come è stato per Ninja Bugeicho, un certo orientamento è chiaro anche in Tezuka. E non è un caso che anche quest’opera sia uscita nel quadro ideologico delle lotte universitarie: a dispensare il potere sono i demoni, e i demoni rappresentano il male assoluto, che si manifesta sempre sotto mentite spoglie. Non per niente, proprio per ottenere potere e ricchezza Daigo permette che suo figlio venga smembrato e sacrificato. Il potere, insomma, è il demone per eccellenza che Hyakkimaru e Dororo devono affrontare e sconfiggere. L’opera, quindi, ha una profondità di contenuto che non la relega nella categoria “per bambini”, ma è adatto anche ad un pubblico più maturo. Ultima curiosità: di Dororo esiste anche un videogioco, chiamato Blood Will Tell, e distribuito da Sega. Il giocatore, nei panni di Hyakkimaru, affronta un numero di mostri e spiriti fino ad arrivare al fatidico scontro coi demoni. Parimenti al manga, ogni vittoria corrisponde al recupero di una parte del corpo: la prima a venire ripresa sono gli occhi (infatti il gioco parte in bianco e nero e poi, dopo la prima vittoria, diventa a colori). E’ possibile utilizzare le protesi di Hyakkimaru per difendersi ed attaccare. È possibile anche prendere momentaneamente il controllo di Dororo, che però ha una scelta di azioni limitata a quattro: stare vicino a Hyakkimaru, combattere, raccogliere o cercare oggetti.
Perchè?
La risposta sta nel fatto che Dororo è un titolo senz’altro difficile, per via dei suoi contenuti. E ringraziamo per questo l’invenzione del political correct, che con Dororo ha mietuto un’altra vittima.
La trama, brevemente, è questa: Kagemistu Daigo sta per diventare padre del cosiddetto “Figlio della Luce”, ossia di colui che avrà il potere di scacciare i demoni. Questi ultimi spaventati dalla possibilità che il nascituro potesse realmente minacciarli, corrompono il padre e gli promettono ricchezza e potere in cambio del corpo del suo primogenito.
L’orribile patto si realizza: appena nato, il piccolo Hyakkimaru non è che l’ombra di un essere umano. Non ha occhi, nè braccia, nè gambe, nè naso o orecchie. È una massa informe di carne dotata, sfortunatamente per lei, di anima, visto che tutti i suoi arti, tutto il suo corpo è stato preso dai demoni.
In quelle condizioni viene abbandonato in riva a un fiume, e qui lo trova Jukai, un medico. Rendendosi conto che il piccolo, pur avendo fattezze mostruose, era dotato di facoltà psichiche e poteri fuori dalla norma (riesce a comunicare telepaticamente con lui, ad esempio), Jukai costruisce per lui delle protesi e lo opera, dotandolo almeno di una parvenza di normalità.
Ma ovviamente, la notizia che Hyakkimaru non è morto desta la preoccupazione dei demoni, che cominciano a dargli la caccia subdolamente, assumendo sembianze sempre altrui e non mostrando mai le proprie. Jukai, allora, modifica le sue protesi in modo da renderle vere e proprie armi, con le quali Hyakkimaru può combattere, e – per ogni demone abbattuto – recuperare una parte del suo corpo. Inizia così una specie di macabra caccia al tesoro, grazie alla quale il giovane tenta di ricostruire se stesso.
E Dororo chi è, vi chiederete? Il personaggio che dà il titolo al manga altri non è che il compagno di viaggio di Hyakkimaru, un giovane ladruncolo che, dopo aver cercato di rubare al ragazzo la sua spada, fa amicizia con lui e lo segue nelle sue imprese.
Ecco alcune immagini.
**= pare tuttavia che ne sia stata prodotta una riedizione in laser disc, uscita agli inizi del 1998.






