
Della restante produzione di Shirato si può fare, purtroppo, un discorso estremamente vago.
L'ostacolo maggiore, come ho già detto, è la mancanza di notizie. O meglio, di siti che ne parlano ci sono, ma sono siti giapponesi. E per chi non è in grado di decifrare hiragana o katakana, questi siti non aiutano più di tanto.
Le notizie che seguiranno, quindi, hanno il grande difetto di essere approssimative: in alcuni casi, addirittura, si tratta di mie semplice ipotesi e supposizioni.
In questo caso più che mai si fa gradito l'intervento di chiunque abbia conoscenze più precise a riguardo.
Non è tanto difficile trovare quali siano gli altri titoli firmati da Shirato, quanto capire di che cosa trattino.
Basta inserire in un qualsiasi motore di ricerca il nome del maestro per trovare una serie piuttosto consistente di pagine che presentano, oltre alle opere maggiori di cui si è già largamente parlato, questa lista:
Kogarashi Kushi (1957)
Kaze no Ishimaru (1960)
Watari (1965)
Tsuri/ La pesca (1967)
Bacchus (1976-78)
Vediamo cosa è possibile raccontare di ognuna.
Per semplice esclusione, ritengo che Kogarashi Kushi sia il titolo del famigerato shojo manga creato da Shirato. Nell'intervento relativo alla biografia dell'autore avevo accennato al fatto che il maestro non si sia solo occupato univocamente del genere gekiga o del cosidetto supo-kon, sebbene la maggioranza delle sue opere abbiano questa natura.
Ebbene sì, Shirato è stato autore anche di uno shojo. Anche se si è trattato di uno shojo completamente fuori dagli schemi. Forse non è nemmeno tanto preciso definirlo come tale. Forse sarebbe meglio dire semplicemente che si tratta di un manga concepito per un pubblico femminile.
La storia in questione fu pubblicata su una rivista per ragazze, ma non ebbe grande successo, proprio perchè si trattava di un racconto troppo atipico, e soprattutto privo degli schemi classici degli shojo, schemi che tanto piacevano al pubblico di lettrici.
Partiamo dalla protagonista: contrariamente a quanto voleva il pubblico, Shirato non la fa innamorare di nessuno, nè tantomeno nessuno è innamorato di lei. Non c'è il minimo spazio per l'amore leggero da ragazzini, fatto di sguardi e di batticuori e di guance arrossate. Il tema trattato è ben più profondo e drammatico, ed è la leucemia.
L'eroina della vicenda è malata. Ha la leucemia, malattia contratta in conseguenza allo scoppio delle bombe atomiche.
Seguendo uno schema piuttosto classico per il suo stile, Shirato la mette in cerca di qualcosa. Come Kamui, ad esempio, cerca disperatamente la libertà, finendo sempre scornato, allo stesso modo la ragazzina protagonista di questo manga cerca l'amore degli altri. Cerca conforto, cerca qualcuno che la accetti e le voglia bene. Perchè l'ignoranza aveva fatto sì che la gente credesse che la leucemia fosse una specie di peste, una malattia contagiosa, e quindi allontanava con violenza da sè chi ne fosse affetto.
La ragazzina, orfana, non fa che scontrarsi contro questo muro crudele di paura e indifferenza, non fa che venire colpita dalla cattiveria della gente. Viene ingannata, per via della sua bisogno di affetto, viene allontanata, viene maltrattata, fino a che, perdendosi tra le montagne, non incontra un montanaro che viveva là da solo, perchè aveva un viso talmente brutto che nessuno voleva stare vicino a lui.
I due, accomunati dal comune rifiuto nei loro confronti da parte degli altri, cominciano a vivere insieme, provando per la prima volta la felicità di non essere più soli. Ma la malattia della bambina non si arresta solo perchè il suo cuore ha smesso di soffrire: la sua leucemia peggiora e in breve la porta alla morte. La ragazza confessa al suo amico di non rimpiangere niente, dal momento che, nonostante la sua breve vita, ha fatto in tempo a conoscere la felicità, e poi chiude gli occhi per sempre.
L'ultima scena del manga vede il montanaro che, nuovamente solo, urla, piangendo furiosamente.
Nonostante la bellezza della trama e la profondità dei contenuti, evidentemente il pubblico su cui Shirato aveva fatto affidamento era troppo infantile per apprezzare questo manga, e infatti la storia non ebbe il successo sperato.
Watari, come serie, fu ben più fortunata, anche se - parimento allo shojo di qui sopra - stupisce un po' il lettore di Shirato, abituato al suo costante realismo. Infatti, nel raccontare questa storia, il maestro ha utilizzato una prospettiva decisamente opposta a quella utilizzata per Ninja Bugeicho o Kamui, preferendo dar vita ad una vicenda che può benissimo essere definita come fantasy.
I trucchi ninja non sono più, come in Sasuke, semplici illusioni, giochetti di grande effetto ottenuti sfruttando le conoscenze fisiche e la propria agilità. Questi ninja sono quasi maghi, dotati come sono di poteri straordinari. Qui non c'è posto per un Ozaru che prende in giro suo figlio insegnandogli che la magia non esiste, e che solo chi non è abbastanza attento può credere il contrario: qui le esigenze dell'azione e della spettacolarità vengono prima di tutto.
Watari parla di una guerra tra ninja, in cui il giovane protagonista combatte assieme a suo padre contro (pare) un crudele castellano, anch'egli dotato di poteri magici.
Il manga fu pubblicato dalla Koudansha in cinque volumi nel 1965. Come era successo per Ninja Bugeicho, anche per Watari c'è stata una trasposizione cinematografica, con la differenza che di Watari s'è fatto un film con attori in carne ed ossa. Il titolo originale, Daininjutsu Eiga Watari, divenne in inglese Watari, ninja boy, e in italiano (ebbene sì, è giunto perfino in Italia), Watari, ragazzo prodigio.
Ecco alcune informazioni sul film:
REGIA: Sadao Nakajima
SCENEGGIATURA: Masaru Igami
PRODUZIONE: GIAPPONE 1966
DURATA: 83 minuti
INTERPRETI: Yoshinobu Kaneko, Chiyoko Honma, Fuyukichi Maki, Kunio Murai
Anche Kaze no Ishimaru, a suo modo, ebbe una certa fortuna, anche se subendo alcune trasformazioni.
Pubblicata negli anni '60 dalla Shonen Magazine, racconta la storia di Ishimaru, la cui missione è quella di tenere lontana dalle mani di Tokugawa e dei suoi uomini una preziosa sfera, depositaria di un segreto che solo i ninja Koga possono conoscere. I poteri della sfera sono anch'essi soprannaturali: è in grado di provocare valanghe, o fiammate, insomma è un oggetto magico (e anche qui pare ci allontaniamo abbastanza dal serrato realismo alla Kamui).
Gli uomini della scuola ninja Tsukuba, al soldo di Tokugawa, riescono a rubare la sfera, ma Ishimaru riuscirà nell'impresa di recuperarla.
Se ho capito giusto, mescolando elementi di questo manga e di un terzo manga di Fumio Hisashi, in cui il protagonista aveva nome Fujimaru, venne tratta nel 1964 una serie animata prodotta dalla Toei Doga, in cui il protagonista, però, non corrisponde ad Ishimaru, ma si chiama Fujimaru ed è un ragazzino.
La trama di questa serie (intitolata Kaze no Fujimaru, conosciuta anche come Samurai Kid) è la seguente: ancora neonato, Fujimaru viene rapito da un'aquila, venendo salvato da Sasuke, un maestro ninja. Sasuke si prende cura del piccolo, e gli insegna l'arte del ninjutsu. Appena Fujimaru è grande abbastanza, quindi, essendo in grado di cavarsela da solo, parte alla ricerca di sua madre. Parimenti a Ishimaru, anche Fujimaru è in grado di dominare gli elementi, soprattutto il vento (da cui il suo nome). Nel suo viaggio il ragazzino incontrerà degli amici (la piccola Menika, il procione Ponkichi - almeno credo sia un procione...) ma anche dei nemici, come il malvagio Konponsai. L'oggetto del desiderio, stavolta, non è una sfera, ma un manoscritto contenente un segreto e bramato, quindi, dallo Shogun.
La serie è inoltre famosa per aver contato, tra le fila dei suoi collaboratori, l'illustrissimo nome di Hayao Miyazaki, che fu assistente di regia.
Ecco alcune immagini:
Un volumetto del manga di Shirato
Un volumetto del manga di Hisashi
Delle restanti opere, Tsuri/La pesca e Bacchus non posso davvero dire nulla, se non che Bacchus è un manga di argomento - come si può intuire - mitologico. Le informazioni a riguardo sono letteralmente inesistenti.






